Le strade originali dell'apprendimento



Immaginate un bambino lungo una via sterrata e piena di ciottoli, che gli altri percorrono provvisti di scarponi. Si può pretendere che quel bambino arrivi a destinazione? No. Cadrà, si ferirà e abbandonerà presto l'obiettivo. 
Eppure quel bambino è sprovvisto soltanto di scarpe, non dei piedi, delle gambe o della voglia di correre.

Oggi si fa un gran parlare dei DSA e di altri disturbi cognitivi e dell'apprendimento. Il sistema sanitario li riconosce e diagnostica come difficoltà, per le quali sono previste  particolari attenzioni , attraverso misure compensative e dispensative, nel corso della scuola dell'obbligo.
Si tratta di Disturbi Specifici dell'Apprendimento nell'uso di singole abilità: nella lettura (dislessia), nel calcolo (discalculia), nella scrittura (disgrafia e disortografia), nella motilità (disprassia).
La legge n. 107 del 2010 li tutela attraverso l'obbligo di redigere un Piano Didattico Personalizzato, che preveda l'adozione di specifici strumenti compensativi nell'attività scolastica.

È utile una premessa ideologica, non solo per comprendere meglio di cosa si tratti, ma affinché ci si opponga ad una fuorviante e pericolosa percezione sociale di queste realtà.
Innanzitutto, se oggi sembrano più frequenti di un tempo è perché, oggi a differenza di un tempo, si conoscono. Non è che vadano di moda, no. È che finalmente si conoscono e riconoscerle salva chi le vive dall'inaccessibilità dell'istruzione.
Si sono studiate le cause e le modalità di certe "eccezioni": è così che voglio, semplicemente, chiamarle.

Cosa rappresentano sostanzialmente?
Sono eccezioni alla norma nelle modalità di apprendere ma non sono veri e propri deficit, ovvero mancanze.
Implicano un diverso funzionamento del processo cognitivo ma non comportano l'incapacità di apprendere.
E, fondamentale, è l'insegnamento a non doversi porre come  una strada unica da percorrere ma a dover prevedere tante vie diverse e l'esigenza di scegliere o di elaborare quella più adatta a chi deve raggiungere l'apprendimento.

Didattica inclusiva

È per questo che si fa un gran parlare anche della necessità a scuola di una didattica di tipo inclusivo, ovvero di un modo di trasmettere contenuti che includa tutti, che conduca ciascuno alla meta comune lungo una strada personale, quella più adatta.

Non sono gli allievi, bambini, adolescenti o ragazzi che siano, a dover adattarsi ai contenuti da apprendere. Il movimento è contrario. Bisogna modellare la forma dei contenuti per adattarla a quella delle menti. Del resto, avere una forma mentis particolare non significa essere nè stupidi nè menomati. Semplicemente si tratta di avere una modalità di apprendimento che differisce dallo standard. E dovremmo tutti imparare a considerare ciò che si allontana dal comune come un elemento di originalità e mai usare quale parametro di valutazione ciò che é più comune, più diffuso. Si rischia di giudicare "stupido", passatemi il termine ma rende di più l'idea della gravità, un giovane che abbia un'intelligenza particolare.
Ci sono menti che hanno bisogno di strade diverse rispetto a quelle molto percorse per l'apprendimento. È doveroso comprendere quali siano quelle strade.

Spesso si finisce per scambiare i disturbi connessi ai DSA per svogliatezza, disinteresse, poca attitudine allo studio e, nel peggiore dei casi, poca intelligenza. E, invece, non si stanno facendo i conti con dislessia, discalculia, disgrafia, disprassia, disortografia.
In questa sede non voglio scendere nel merito delle difficoltà specifiche, tutte riconosciute e tutte approcciabili con terapie neuropsichiatriche, psicologiche, logopediche. Ma voglio ribadire, nello specifico, il senso della premessa fondamentale.
Essere dislessico, disgrafico o discalculico vuol dire arrivare, rispettivamente a tre fondamentali abilità come lettura, scrittura e calcolo, attraverso metodi personalizzati, con accanto figure sensibili a questa originalità e capaci di questa flessibilità: dal genitore, all'insegnante ad un tutor per l'apprendimento. Un conto sarebbe un handicap neurologico, fisico o sensoriale. Un altro conto è, come in questi casi, una difficoltà motivata dalla necessità della mente di un diverso approccio ad un contenuto.


Il mondo della scuola è spesso e ancora molto impreparato a tutto questo. Non è sempre capace di accorgersi del disagio e non è sempre in grado di includere lo studente "originale" nei propri contenuti.
Perció, nell'arduo compito del genitore, nella vasta cultura di un padre e di una madre, è bene che entri a far parte anche l'attenzione nei confronti del modo di apprendere del proprio figlio.
Chi può averne cura più di un genitore e capire che il proprio figlio abbia una strada speciale per arrivare a conoscere il mondo?


Valentina Poce 

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